Eventi

Concerto di Natale 2018

Il 1° dicembre si è tenuto il tradizionale concerto prenatalizio dell’associazione Don Giulio Farina con gli amici di ieri, di oggi e di domani. Musica e gioia per elevare lo spirito collettivo, in una chiesa di Monza – quella di San Biagio, costruita nel triennio 1965-1968 su progetto di Luigi Caccia Dominioni – che proprio quest’anno compie il suo primo mezzo secolo di vita.

Lo show, allestito da Metamorfosi e intitolato «Sciamano & Griot», ha visto schierati ancora una volta Arsène Duevi e i suoi imponenti SuperCori, questa volta con la partecipazione di una guest star straordinaria che risponde al nome di Dudu Kouaté.

Arsène Duevi è uno sciamano che viene dal Togo, ovvero dal cuore dell’Africa guineana. Mohamadou Kouaté, in arte Dudu, è un griot poeta e cantore) figlio di griot, custode ed erede di una tradizione millenaria. Sbarcato a Messina nel 1988, Kouaté è un musicista di eccezionale sensibilità, membro stabile dello storico Art Ensemble of Chicago.

Insieme per la prima volta in duo con la partecipazione dei SuperCori ci conducono in un viaggio verso le radici del ritmo e del suono, un percorso sospeso tra Africa e Italia, fatto di memorie senza tempo e sviluppi senza frontiere.

«Dove sono nato e cresciuto, la voce degli anziani è molto ascoltata. Le generazioni sono legate tra loro da un forte sentimento affettivo. I nonni hanno verità antiche da trasmettere ai nipoti. Sapete cosa dice un nostro proverbio? Che un vecchio seduto vede più cose di un giovane in piedi sulla sedia.» Queste e altre cose sussurra Arsène Duevi in concerto, tra un brano e l’altro.

Sono tre i cori che, formati da lui, coinvolgono oggi non meno di 300 persone nei territori di Milano, Monza e relative province. I Cori di Arsène cantano in italiano e in ewé, una delle tante lingue del Togo; il repertorio è interamente originale e i brani sono composti appositamente da Duevi.

Per gentile concessione dell’amico Francesco Boffino, alcune immagini della serata.

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Alfabeti della natura

Si è svolta dal 12 al 19 maggio 2018 alla galleria Marco Monti Arte di Monza la mostra fotografica Alfabeti della natura, 65 variazioni in bianco e nero sul tema del paesaggio invernale. Ciascuno nel suo modo personale, i tredici autori del gruppo Landscape Hunters hanno scelto di concentrarsi sull’essenza pura degli scorci naturali anziché sulla loro descrizione realistica. Consapevoli del fatto che il bianco e nero è, in fotografia, il più antico e suggestivo degli effetti visuali ma anche il più umile, hanno operato per ulteriore sottrazione, come a voler tradurre l’opulenza della materia in austerità francescana. Da questa visione un po’ filosofica e un po’ zen è scaturito un campionario di linguaggi fatti non solo di contrasto tra luce e ombra (i due eterni pilastri delle arti visive), ma anche di segni ridotti al minimo, evocativi di stati d’animo sospesi tra la leggerezza del sogno e l’acutezza dell’introspezione. Tra i fotografi – Giorgio Amboldi, Elena Barsotelli, Mirko Bonfanti, Emanuela Baccichetti, Marco Bedin, Mauro Conti, Maria De Toni, Paolo Ghioni, Rocco Fanello, Massimo Magistrini, Gianfranco Pallanza, Guido Polli – anche Paolo Perego, presidente dell’associazione Don Giulio Farina beneficiaria del ricavato delle vendite. Esemplare l’allestimento di Nadia Villa.

Presentazione di Erminio Annunzi.

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Summertime sul Lambro

Si chiama Oasi ed oasi è, il complesso architettonico annidato nel labirinto di vicoli e piazzuole che a Monza circondano il Lambro nei pressi del ponticello di San Gerardino.

Nel XII secolo un agiato benefattore, Gerardo dei Tintori, rinunciò alle ricchezze per trasformare il suo patrimonio immobiliare in ospedale dei poveri; in cambio, la Chiesa lo accolse nella schiera dei santi. L’Oasi di oggi non è più un ospedale ma un polo residenziale per anziani, aggraziato da un elegante loggiato settecentesco. Ma né la sua origine né l’attuale funzione devono far pensare a qualcosa di malinconico. Il grande cortile, e una parte degli spazi che vi si affacciano, sono spesso teatro di party, concerti e giochi pubblici e privati.

Per la prima domenica d’estate, ribattezzata “Summertime” dai volontari dell’associazione Don Giulio Farina e festeggiata all’Oasi in modo alquanto insolito, il cielo ha sospeso i suoi capricci feriali concedendo un sole collaborativo. Nel tardo pomeriggio, chi passeggiava nei pressi – con gli amici, la famiglia o il cane – è stato attratto e risucchiato nel cortile da suoni intriganti e scene d’altri tempi, con indossatrici in costumi d’epoca e gran movimento di autoveicoli da collezione. Si è capito al volo che era in corso una festa aperta a tutti e che doveva trattarsi di una festa speciale, perché alcune delle protagoniste sfoggiavano, senza capelli e senza parrucche, una bellezza maestosa e dolcissima, indifferente sia all’età che alla chemioterapia. La festa, del resto, era dedicata a La forza e il sorriso, progetto di laboratori di makeup dedicati alle donne in terapia antitumorale.

«La nostalgia non è più quella di una volta», ha scritto l’umorista americano Peter De Vries. La nostalgia respirata a Summertime, in effetti, non aveva nulla di nostalgico: citava il passato, dalle canzoni alla Citroën 2CV, dalla Vespa agli abiti da cerimonia rétro, ma lo faceva con spirito, con ironia, con divertimento. E con un sottofondo intimistico di jazz senza età, affidato alle brillanti energie di un giovane trio (Marco Confalonieri, Vito Zeno e Andrea Quattrini rispettivamente al pianoforte, al contrabbasso e alla batteria) e di un vocalist non più giovane, Felice Montrasio, uno degli ultimi umani a ricordare la versione integrale di Night and day e Les feuilles mortes.

Il memory show, cominciato con le note di Gershwin, è continuato con un défilé di abiti da sposa indossati da real people, come si chiamano nel mondo del cinema gli interpreti non professionisti. La moda dagli anni della “dolce vita” al millennio corrente, rivista senza retorica e senza quella severità, scontrosa e talvolta anoressica, tipica delle sfilate ufficiali. Piaceva anche agli uomini e persino ai più giovani quel colpo inatteso di teatro, a giudicare dalla foresta di smartphone inalberati a fotografare o filmare la promenade e certi ingressi da Vacanze romane a bordo di Vespa – una delle quali munita di sidecar.

Allegria, spettacolo e beneficenza. Sul volontariato fioriscono frasi e testimonianze commoventi fino alle lacrime, ma quelli che lo praticano sul serio sono i più fervidi e concreti ottimisti che possiate trovare in giro. Gente che non ha né tempo né voglia di sacralizzarsi, e che s’impegna in un progetto piccolo piccolo – salvare il mondo – facendo quello che sa e quello che può. Manifestando, a volte, le più impensate virtù creative. La regia di Summertime era quasi tutta “farina” del sacco di un gruppo di cittadine estroverse e inarrestabili – una Stefania, un’Antonella, una Giusy, una Silvia e non so quante altre, – determinate a raccogliere, restaurare e stirare monumenti di tulle, satin, organza e chiffon; a improvvisarsi sceneggiatrici e scenografe, animatrici di lotteria, specialiste di cucina e di catering, di cerimoniale e microfono.

 

La festa del 21 giugno non resterà di certo negli annali della storia come il festival di Woodstock o la marcia Perugia-Assisi. Ma la pace si esprime anche o soprattutto così: con piccoli raduni senza pretese, autoprodotti, dove bastano un’idea, un bicchiere di vino e della buona musica a risollevarti il morale.

P.B.

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